Polo Marco Polo ed il suo viaggio

Marco Polo è, probabilmente il veneziano più famoso nel mondo, nonché il più noto europeo che abbia mai percorso la via della seta. Da solo, è riuscito anche a destare l’interesse degli europei del XIV secolo per il Catai. Sicuramente, però, non fu il primo europeo ad aver affrontato questo lungo e disumano viaggio verso l’oriente.

La prima persona che abbia percorso la via della seta dall’occidente fino alla Cina di cui si abbia memoria fu, nel 166 d.C., un sedicente ambasciatore del “Da Chin”, che era il nome con cui le zone all’estremo occidente erano conosciute nel mondo cinese. In seguito, il termine “Da Chin” fu usato in cinese per definire l’Impero romano. Dato che i doni di questo ambasciatore per l’imperatore Han erano costituiti da tipici prodotti del sudest asiatico, come avorio e corni di rinoceronte, gli storici cinesi si convinsero che si trattasse di un truffatore, che desiderava solo ottenere permessi commerciali dalle guardie di frontiera cinesi.

I successivi visitatori da ovest a est che la storia ricordi furono i messi mandati da Papa Innocenzo IV presso il Gran Khan dell’Impero mongolo. Essi furono inviati dopo la disastrosa sconfitta subita dalle forze europee alleate polacche, ceche, tedesche e dei cavalieri crociati nella battaglia di Legnica del 1241 da parte del potente esercito mongolo. La loro missione era la speranza di negoziare una tregua nell’invasione mongola dell’Europa, nonché di cercare un’alleanza con i mongoli contro la minaccia islamica in Terra Santa. Il papa inviò quattro distinti emissari, tre nel 1245 e uno nel 1253. I primi tre furono un monaco francescano, Giovanni da Pian del Carpine di Magione, una località adiacente a Perugia, un frate domenicano, Ascelino di Lombardia e un missionario domenicano francese, André de Longjumeau. Nel 1253, la quarta missiva fu affidata ad un missionario francescano fiammingo, Guglielmo di Rubruck. Quest’ultimo era stato inoltre incaricato da re di Francia Luigi IX di partire per una missione allo scopo di convertire i Tartari al cristianesimo. Dopo un lungo viaggio verso est, Guglielmo di Rubruck fece ritorno nello Stato crociato di Tripoli il 15 agosto 1255. Egli presentò al re Luigi IX un chiaro e dettagliato resoconto, composto da 40 capitoli. Si tratta di un capolavoro della letteratura geografica medievale. Tuttavia, questo libro non fu pubblicato fino al 1839, quindi non era conosciuto dal pubblico del tempo, a differenza di quello di Marco Polo, “Il libro delle meraviglie del mondo” (o “I viaggi di Marco Polo”) che, pubblicato nel 1300, divenne un vero best seller ante litteram in Europa.

Marco Polo apparteneva a una famiglia di mercanti veneziani che esercitavano i loro commerci a Costantinopoli. Un’altra fonte sostiene che i Polo avessero nobili origini e provenissero dalle coste della Dalmazia. Nel 1261, i grandi rivali di Venezia, i genovesi, appoggiarono Michele VIII Paleologo che si impadronì del trono dell’imperatore di Bisanzio e dette alle fiamme il quartiere veneziano di Costantinopoli. Niccolò Polo, padre di Marco, assieme al fratello maggiore Matteo, fuggì in Crimea, dove la famiglia aveva interessi commerciali. Furono sorpresi da un conflitto armato nella regione. Decisero di far ritorno a casa facendo un’ampia deviazione dell’itinerario per evitare la guerra. A Bukhara, una città che si trova nell’attuale Uzbekistan, i Polo conobbero l’ambasciatore del Gran Khan. Questo ambasciatore mongolo li convinse ad accompagnarlo nel suo viaggio verso est e i Polo accettarono l’invito. Nel 1266 raggiunsero Da Du, la moderna Pechino, capitale della dinastia Yuan, istituita dai mongoli. Qui, incontrarono il grande Kublai Khan, che chiese ai Polo di portare una sua lettera personale a Papa Clemente IV, chiedendogli di inviare a Pechino 100 dotti cristiani, esperti nelle sette arti liberali, e l’olio del Santo Sepolcro di Gerusalemme. I Polo accettarono l’incarico e dotati di un lasciapassare del Khan inciso su tavoletta d’oro con l’iscrizione “Per la forza del cielo eterno, sia benedetto il nome del Khan. Possa chi non gli usa riverenza essere ucciso”, sia in cinese che in mongolo. Questo viaggio verso casa durò comunque più di tre anni, Quando giunsero in Medioriente, papa Clemente IV era già morto nel 1268 e la “sede vacante” si protrasse a lungo, prima che si riuscisse a eleggere il nuovo papa. Su suggerimento di Teobaldo Visconti, conosciuto quando era ancora un semplice arcidiacono, prima che divenisse papa, fecero ritorno a Venezia nel 1269.

Nel 1271, Marco Polo, all’età di 17 anni, partì con suo padre Niccolò e suo zio Matteo per raggiungere di nuovo l’estremo oriente, portando con sé preziosi doni da parte del nuovo papa Gregorio X. Dapprima fecero vela per Acri e, a dorso di cammello, raggiunsero il porto persiano di Hormuz. In origine, i Polo pensavano di raggiungere la Cina via mare, ma si resero conto che non avrebbero potuto trovare un’imbarcazione adatta per una tale traversata e decisero quindi di viaggiare via terra. Durante il loro viaggio verso oriente, salirono attraverso “il luogo più alto del mondo, le montagne del Pamir”, facendo così conoscere per la prima volta questo nome geografico in occidente. Inoltre, girarono attorno al deserto di Taklamakan e attraversano il deserto di Gobi. I Polo entrarono in Cina dalla città di Dunhuang, posta all’estremità della via della seta. Questa città del sudovest che dava ingresso alla Cina possedeva già le famose statue e affreschi buddisti delle grotte di Mogao, del XIII secolo. Nel maggio 1275, i Polo giunsero nell’antica capitale di Kublai Khan, che era inoltre la sua residenza estiva. I Polo, infine, arrivarono alla corte degli Yuan e poterono offrire l’olio sacro proveniente da Gerusalemme e le lettere del papa a Kublai Khan. In quel momento, Marco Polo aveva già compiuto 21 anni.

Marco parlava quattro lingue e la sua famiglia aveva inoltre una profonda conoscenza sia dell’occidente che dell’oriente e della loro via di collegamento, molto utile per Kublai Khan. Marco fu nominato da Kublai Khan suo consigliere personale e per tre anni operò in qualità di ispettore delle tasse a Yangzhou, una città sul Gran Canale della Cina. Viaggiò in lungo e in largo in tutto il regno degli Yuan, fino alle estremità meridionali di Burma e del golfo del Bengala. Si innamorò della città di Hangzhou, ricca di canali come la sua città natale, Venezia. Marco Polo rimase alla corte degli Yuan per 17 anni. I Polo cominciarono a preoccuparsi a causa dello stato di salute dell’ormai vecchio Kublai Khan. Pensavano che potesse morire presto e che ciò impedisse loro di tornare a casa con le enormi fortune che avevano accumulato in Cina. Alla fine, ottennero il permesso del Gran Khan di fare da scorta a una principessa mongola che doveva andare in sposa a un principe persiano.

Il viaggio per mare verso casa durò due anni, dal Mar Cinese Meridionale a Sumatra e all’Oceano Indiano. Finalmente, attraversarono il Mare Arabico, facendo ritorno a Hormuz. In Persia appresero della morte di Kublai Khan, ma erano comunque protetti dalla tavoletta d’oro con il lasciapassare del sovrano. Da Hormuz, continuarono il loro viaggio via mare passando per Costantinopoli e giungendo a casa nell’inverno del 1295.

Tre anni dopo essere rientrato a Venezia, Marco Polo partecipò a una battaglia dei veneziani contro la città nemica di Genova. Fu catturato in battaglia e trascorse un anno in una prigione genovese dove, aiutato dal suo compagno di cella, Rustichello da Pisa, redasse il suo famoso libro di viaggi. Questo volume divenne uno dei libri più popolari nell’Europa medievale. Tuttavia, venne soprannominato “ll Milione”: una delle possibili spiegazioni del titolo lo interpreta come “milione di fandonie”, perché molti non credevano alle storie che vi erano raccontate, mentre alcuni autori sostengono che “Milione” fosse un nomignolo con cui era noto Marco Polo stesso. Anche molti storici cinesi successivi hanno liquidato il libro di Marco Polo come un’opera di fantasia, perché il nome dei Polo non appare mai negli annali dell’impero (Yuan Shih), in cui invece sono registrati visitatori stranieri di importanza assai minore. Marco Polo non imparò mai il cinese e, nel suo libro, non sono citate né le bacchette usate per mangiare, né la Grande Muraglia cinese, che avrebbe dovuto attraversare nel suo viaggio. Ma il suo libro fu letto con grande interesse un secolo più tardi da molti esploratori come Cristoforo Colombo ed Enrico il Navigatore.

Se Marco Polo sia veramente stato nel Catai, nessuno potrà mai saperlo, ma egli racconta di “pietre che bruciano come tronchi” e di “pietre chiamate diaspro e calcedonio”, dice che “bevono latte di cavalla”, parla di “pulire panni di amianto gettandoli nel fuoco” e di “denaro di carta”, e coì via. Molti dettagli della vita e degli oggetti osservati nel suo viaggio riportati nel libro erano sconosciuti in Occidente. Non era uno storico, ma scrisse della vita alla corte del Gran Khan, dell’ascesa dell’Impero mongolo e della vita nella steppa. Alcuni dei suoi resoconti di eventi, tradizioni locali e pratiche dei tempi sono ancora usati dagli storici moderni per comprendere meglio gli avvenimenti storici e le culture locali dell’epoca. A prescindere da quale sia la verità, il libro di Marco Polo è tuttora uno dei più grandi libri di viaggio che siano mai stati scritti.

Con le parole di Marco Polo stesso: “Nessun altro uomo, cristiano o saraceno, mongolo o pagano, vide mai così tante meravigliose cose del mondo come Messer Marco, figlio di Messer Niccolò Polo, grande e nobile cittadino di Venezia”.

Ciao
La parola più comune in italiano è probabilmente “ciao”, usata per salutare amichevolmente o familiarmente in ogni occasione. Anch’essa deriva dal veneziano. L’espressione veneziana “s-ciao vostro”, che letteralmente significa “sono il vostro schiavo” era un comune modo di salutare nella Venezia di altri tempi. A sua volta, il termine “s-ciavo” deriva dal latino “sclavus”, da cui anche il termine “slavo”, riferito all’area balcanica da cui proveniva la maggior parte degli schiavi romani. “Ciao” ormai non è usato solo in italiano, ma anche in inglese, olandese, francese, tedesco, polacco, nonché in forme derivanti da questa espressione in altre lingue, quali “tsao” in greco, “tsau” in finlandese, “chao” in giapponese e “cau dulu” in malese, solo per fare qualche esempio!

Comunicato Stampa Successivo