La più antica repubblica del mondo

Venezia è stata una meraviglia unica al mondo sin dai suoi albori. Non possedeva terre, quindi non aveva un sistema feudale, che invece ha caratterizzato lo sviluppo della maggior parte di civiltà umane. Era praticamente priva di agricoltura, quindi il commercio divenne il solo modo di sopravvivere e il denaro la sua unica forma di scambio. La sua nobiltà ebbe origine da prìncipi del commercio, più interessati al profitto che a possedere terre. Senza terre, cavalieri o servi della gleba, il popolo veneziano viveva in una situazione di relativa uguaglianza, sicuramente unica per l’epoca.

Le difficoltà della vita nella laguna fecero crescere la solidarietà e l’autodisciplina dei suoi abitanti. Venezia viveva nell’interfaccia di due mondi, la terra ed il mare, nonché tra Oriente ed Occidente.

Nel quadro dello sviluppo geopolitico europeo, Venezia non fu mai realmente schierata con la chiesa o con l’imperatore, proprio come non appartenne mai solo alla terra o al mare. Commercio e navigazione erano le uniche competenze dei veneziani. Credevano fermamente di poter comprare e vendere qualsiasi cosa a chiunque, purché ci fosse un profitto. In altri termini, avevano una mentalità commerciale tendenzialmente amorale. Il modo di pensare dei mercanti veneziani era caratterizzato da una particolare miscela di laicità e religiosità. Di conseguenza, Venezia divenne il primo stato a separare gli affari religiosi da quelli di governo.

Il capo di stato di Venezia era chiamato “Doge”, un termine che deriva dal latino “dux” (ovvero capo militare), che è a sua volta la radice del termine “duca”. Il doge era eletto a vita e ci si riferiva a lui anche con l’espressione “Serenissimo Principe”. Il ruolo del doge fu ufficializzato circa attorno al 700. Era considerato la guida civile, militare ed ecclesiastica di Venezia. Il doge era un capo, non un signore. La sua posizione era quella di un onorato servo di Venezia. Il potere del doge emanava dal ruolo e non da chi lo deteneva. Il suo potere politico era accuratamente controllato e bilanciato. Nessun membro della famiglia del doge poteva assumere ruoli nell’ambito del governo della città mentre il doge era in vita. La procedura dell’elezione del doge fu perfezionata e definita dopo diversi tentativi e modifiche nel corso del XIII secolo. Fondamentalmente, era scelto da un comitato del Maggior Consiglio di Venezia, a sua volta selezionato casualmente attraverso complessi metodi di elezione.Lo scopo era minimizzare l’influenza delle singole famiglie, nonché evitare la formazione di fazioni e le manovre politiche.

Le famiglie che potevano essere elette al Maggior Consiglio di Venezia erano elencate nel Libro d’Oro. Gli appartenenti a questo gruppo erano definiti “patrizi”. Assieme al doge, decidevano la politica di Venezia. I burocrati dello stato provenivano dal ceto dei “cittadini”, iscritti in un altro registro, noto come Libro d’Argento. Erano essenziali per lo svolgimento delle attività quotidiane del governo di Venezia.

Dopo che il doge era stato eletto, la sua vita era costantemente sottoposta a un controllo e a una sorveglianza rigorosi. Al di là dei membri più prossimi della sua famiglia, non poteva incontrare nessuno senza la presenza dei sei membri del Minor Consiglio, eletti ogni anno da ciascuno dei sei sestieri di Venezia. I membri del consiglio e il doge stesso assieme formavano la “Signoria”. Il doge doveva ammobiliare a proprie spese il Palazzo Ducale e, dopo la sua morte, una speciale commissione veniva incaricata di verificare le sue azioni, nonché i beni della sua famiglia, per garantire che durante la sua carica non ci fossero state malversazioni. Era evidente che il potere del doge derivava dal suo ruolo, non da chi lo ricopriva. In tutte le opere d’arte, il doge è raffigurato inginocchiato di fronte alla vergine Maria o al leone di San Marco.

Uno degli emblemi del doge era il “corno ducale”, un particolare copricapo indossato da tutti i dogi della Repubblica di Venezia. Il primo corno ducale fu donato dalla badessa Agostina Morosini del convento di San Zaccaria al doge Pietro Tradonico nell’864. Era uno splendido copricapo, ricamato con filo d’oro e decorato con 24 perle provenienti dal mare, un grande rubino e una croce formata da 28 smeraldi e 12 diamanti. Era soprannominato “la zoia”, cioè la gioia, il gioiello.

La forma del cappello del doge deriva dal berretto frigio indossato dai soldati persiani e dagli schiavi romani liberati, i cosiddetti liberti. Divenne il simbolo della libertà. La donna francese che sventola la bandiera tricolore nel quadro di Eugene Delacroix, ispirato agli ideali della Rivoluzione francese, dal titolo “La libertà che guida il popolo”, indossa un copricapo simile, che simbolizza il rinnovamento, il progresso e la libertà.

Il doge di Venezia e i valori sociali sui cui si fondava la città erano in anticipo di quasi mille anni rispetto all’epoca. A Venezia, la ragione si sostituì alla tradizione, il merito alla nascita, la libertà prevalse sulla servitù della gleba e tutti uomini erano liberi. Forse è questo il vero motivo per cui la Repubblica di Venezia e il suo sistema politico sopravvissero per più di mille anni, dando vita alla più antica repubblica del mondo moderno.

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